Datore di lavoro e cessione del quinto

Cessione del quinto e obblighi del datore di lavoro

Quando a richiedere un prestito su cessione del quinto è un lavoratore dipendente, il contratto coinvolge anche il datore di lavoro che è obbligato ad accettare tale richiesta.

La sottoscrizione del contratto vincola il datore di lavoro a trattenere la rata del prestito dalla busta paga del dipendente, e a versarla all’istituto di credito erogante.

Tale obbligo persiste per l’intera durata del piano di rimborso del finanziamento, a solo a condizione che ci sia una busta paga su cui addebitare la rata. Se vi è la cessazione o la sospensione della busta pagaper qualsiasi motivo, il datore di lavoro può interrompere i pagamenti nei confronti della banca. È necessario precisare che il datore di lavoro non è responsabile del corretto pagamento del finanziamento, ma è solo incaricato di versare la rata.

In caso di licenziamento o dimissioni il datore di lavoro deve trattenere le somme maturate dal dipendente presso l’azienda (liquidazione, ultimo stipendio, ferie non godute, tredicesima, ecc.) e versarle all’istituto bancario che ha concesso il prestito.

La banca utilizzerà tali somme per estinguere, in misura totale o parziale, il debito residuo vantato nei confronti del lavoratore dipendente.

Il datore viene informato della richiesta di cessione del quinto?

Tra le soluzioni che sono presenti sul mercato creditizio del nostro Paese, una delle più praticate è quella nota come cessione del quinto. In questo caso, infatti, la banca o la finanziaria consultate sono garantite in partenza dal fatto che il piano di rientro viene ad essere impostato sulla base di rate mensili il cui importo verrà trattenuto sulla busta paga del lavoratore interessato.
Proprio la semplicità della formula spinge con notevole forza questo prodotto sul mercato del credito: non è infatti necessario presentare le garanzie richieste in altri casi, il tasso di interesse indicato a livello contrattuale non muterà mai nel corso del finanziamento e l’iter non prevede alcun tipo tipo di operazione al fine di onorare la rata concordata.
A operare la trattenuta dovrà essere il datore di lavoro, che deve perciò essere informato preventivamente dell’avvenuta firma del contratto. Una volta venuto a conoscenza dell’intenzione del dipendente, non potrà peraltro rifiutarsi di accettare la stessa, anche perché proprio a lui viene affidato il compito di corrispondere la somma che deve essere detratta dall’emolumento mensile del lavoratore.

Quali obblighi spettano al datore di lavoro?

Una volta che sia stato informato dell’apertura della pratica, il datore di lavoro assume una parte attiva nel procedimento. In particolare, proprio a lui è affidato il compito di provvedere a certificare il trattamento economico del dipendente interessato, rilasciare le necessarie informazioni relative al Trattamento di Fine Rapporto da questi maturato e sull’IRPEF, di rendere note le trattenute relative a previdenza e assistenza, emettendo infine il relativo certificato aziendale.
Proprio il fatto che gli spetti il compito di versare l’importo dovuto da trattenere in busta paga, crea però il potenziale pericolo che non facendolo dia luogo ad una vera e propria insolvenza.

Cosa accade nel caso in cui il lavoratore viene licenziato?

Dopo l’approvazione del Jobs Act, che ha introdotto la possibilità del licenziamento economico, si può dire che il tradizionale posto fisso in Italia esista soltanto nel settore pubblico, il quale è stato appunto escluso dall’applicazione della riforma del lavoro.
Nel caso in cui il lavoratore che ha sottoscritto la cessione del quinto venisse a perdere il suo posto di lavoro, il suo datore (diventato ex) è comunque tenuto a operare una serie di trattenute in grado di permettere che la somma mancante del piano di rientro possa infine essere versata all’ente erogante. In questa categoria vanno dunque a rientrare il Trattamento di Fine Rapporto o le ferie di cui il lavoratore non ha approfittato.
Caso molto più raro è quello rappresentato dal licenziamento del lavoratore statale o pubblico, che può essere causato ad esempio da ripetute assenze, negligenze, reati o condotte scorrette. Basti pensare al proposito che nel corso del 2017 soltanto 324 dipendenti statali sono stati sanzionati con la perdita del posto di lavoro. In questo caso, sarà comunque l’INPS a recuperare il TFR maturato dal lavoratore licenziato.

Il coinvolgimento dell’azienda può rappresentare un problema

Occorre però sottolineare come a volte il datore di lavoro possa mostrare aperto fastidio in relazione al suo coinvolgimento nella richiesta della cessione del quinto. Il motivo consiste nel fatto che in tal modo viene ad essere messo sotto osservazione dalla banca, la quale a sua volta può arrivare addirittura a non concedere il prestito. La motivazione di un diniego di questo genere è da ricercarsi proprio nella valutazione sulla solidità dell’impresa operata dai funzionari che prendono in lavorazione la pratica. Ove ritengano che la stessa sia a forte rischio, possono comportarsi di conseguenze e non aderire alla richiesta del lavoratore.

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